Ognuno ha le sue origini,
io vi racconto le mie,
lo faccio perché credo che per conoscere qualcuno sia importante conoscere le sue origini.
Il luogo,
da non sottovalutare MAI nella crescita di una persona,
il luogo dicevo è la piana che si allunga da ovest ad est ai piedi dell’Appennino,
dall’apparentemente timida Pistoia verso la fiera Firenze,
la mia famiglia ha sempre vissuto a Prato, a metà strada tra queste due città e a metà di questa pianura, dove la valle del fiume Bisenzio, scendendo dall’Appennino,
si apre verso sud.
Ho sempre visto, i monti appena sopra di me verso nord, con i piedi poggiati proprio dove queste alture toccavano i campi coltivati della piana,
un terreno alluvionale fertile ben irrigato dalle acque che scendevano dall’appennino.
Una famiglia religiosa,
umile,
mia mamma,
le sue due sorelle zitelle,
il mio babbo.
Salto la parte in cui babbo e mamma vivevano nelle rispettive famiglie,
nuclei di 15/18 persone che vivevano sotto lo stesso tetto,
con un terreno a mezzadria,
forse direte “bello”, si, però non era tutto oro, l’egoismo delle persone era come quello di oggi,
diverso come forma ma era presente, c’erano lati positivi e lati negativi.
Poi sposati ,
un pezzo di terra ed una vecchia casa dove ci pioveva dentro,
si dormiva con un telo di plastica sul letto,
pagavano un affitto,
mio papà lavorava sodo in fabbrica,
tutta la vita dalle cinque di mattina alle dieci di sera,
sabato mattina compreso,
le zie e mamma tutti a lavoro, in tessitura, ai telai, facendo i turni completi,
la terra il babbo la lavorava il sabato e un po’ la domenica sera,
la domenica mattina si andava a messa.
Con quella terra ci si mangiava,
poco, ma ci si mangiava,
polli, conigli, olivi, viti, grano, ed un po’ d’orto.
Un fratello e una sorella molto più grandi di me,
17 anni mio fratello Roberto, 13 anni mia sorella Roberta,
quando mia mamma aveva 45 anni, nacqui io, Giacomino,
immaginate in quella casa,
quattro donne che mi adoravano e due uomini che mi insegnavano a vivere.
Era dura però campare,
mia zia mi ricorda sempre di quanto si vergognava ad andare a vendere porta porta le verdure bollite,
tanto per arrotondare due lire,
a quei tempi ci si conosceva tutti ed andare a bussare ad un conoscente, mammamia, posso solo immaginare cosa si provava in quell’attimo….
Far studiare i figli,
non far mancare loro niente,
non era facile,
so bene e in parte lo ricordo che i vestiti erano quelli,
gonne che divenivano camicette,
i pantaloni tutti,
prima lunghi, poi lunghi con le toppe ai ginocchi(andava di moda),
poi corti e questi duravano una vita intera,
e sempre il vestiario cambiava padrone,
girava fino a divenire stracci per pulir casa,
ricordo ancora degli stracci di velluto marrone che erano stati i miei pantaloni.
Mangiare,
bè, io mangiavo ero il piccolo,
ma so bene che la carne fresca era una/due volte a settimana,
grazie ai conigli, alle galline, al maiale che veniva conservato in mille modi,
son loro che ci han dato le energie,
perché finchè c’era solo polenta e pane,
si ingrassava ma le energie eran poche.
Un aringa poteva invecchiare con noi,
rimaneva attaccata in cucina fino a che non si assottigliava pian piano e scompariva,
la sublimazione dell’aringa, sarebbe un bel titolo….
Insomma,
io mangiavo,
poco perché non avevo appetito,
ma non mi mancava niente,
ah dimenticavo che il formaggio era il mio sogno,
io lo amavo,
avrei corso km per un morso di cacio.
Lo zio Nello,
era a due km da casa,
lui aveva “le bestie”, vacche mucche e maiali,
era a mezzadria,
di quello che produceva ci toccava poco o nulla,
ma io da piccolo ero già felice a vederli,
poi s’ammazzava il maiale,
era un rito,
sicuramente un rito,
ricordo perfettamente la faccia del babbo,
era in trans, mosse precise misurate,
ma io rimanevo estasiato quando alla staccionata,
Nello e il babbo, fianco a fianco,
senza mai guardarsi decidevano quale era il nostro,
ricordo bene lo sguardo che avevano,
ho imparato in quegli attimi a rispettare ogni forma animale,
in quei momenti si decideva quale di quelle bestie avrebbe fatto parte della nostra vita,
sarebbe rimasta con noi per un anno dandoci forza e sapore nelle giornate di fatica e in quelle di festa.
Valeva per ogni animale,
il babbo trattava tutte le bestie in modo distaccato,
senza apparente affetto,
ma con un rispetto immenso,
non le accarezzava,
ma quelle apparenti e rare “manate” che dava loro,
sembravano la pacca sulla spalla che si da a un familiare che sta lavorando bene.
Anche mentre lavorava la terra, lo vedevi lanciare qualche animaletto,
con aria apparentemente risentita,
e a voce alta “va via bischero….. che vo’ morire??”
Il non buttar nulla era una normale conseguenza di tutto questo,
e quando dico nulla vuol dire nulla,
i rametti eran raccolti tutti per il fuoco,
i chiodi che si toglievano eran raddrizzati e messi a posto,
le piume eran utilizzate per i guanciali,
le pelli dei conigli si appendevano perché le comperava il pellaio,
quando si spazzava in cucina mi mandavano a buttare le briciole nel pollaio,
ricordo perfettamente la mamma svuotare un bicchiere d’acqua, rimasto in tavola, fuori casa ad una pianta di pomodori.
I miei ricordi più belli con i miei genitori son legati sempre alla terra,
la vendemmia, si passava tra i filari a due a due, uno per lato del filare e ci si “rubava” i grappoli più belli prima che li raccogliesse l’altro, poi si buttava l’uva nelle bigonce in capo ai filari,
poi con queste a spalla si andava al tino che era nell’aia,
l’odore che correva tra i campi dolce agro d’uva raccolta è legato a volti a espressioni di serenità,
alla gioia.
La raccolta delle olive era un altro momento simile,
un altro momento dove ci si conosceva,
nessun altro momento come questi serviva a conoscersi,
anche oggi quando siamo a brucare le olive si parla,
si discute, si racconta,
momenti in cui il lavoro diventa tuttuno con la famiglia.
Le battute fatte sopra le fronde di queste piante trentanni fa sono ancora vive dentro di me,
“la ciccia la un gli pesa bada ‘ome sale”, “e la un ti diaccian le mani se tu ti da da fare, dai daiii”….
La battitura,
veniva “la macchina”,
“s’ è fissato il pomeriggio ma faranno tardi”, “ora battano anche co i buio”…..
poi noi col forcato accanto alla mietitrebbia,
a “rizzare i ‘grano” che s’era schiacciato a terra,
poi veniva il camion del molino si caricava,
s’andava alla pesa,
poi il peso del grano diventava il peso della farina macinata,
si segnava sul “libretto” e quando andavo dalla “panaia”,
lei scalava il pane che prendevo dal peso della farina,
tenendo conto che ci s’era levato un tot di farina per pagare la lavorazione del pane,
così che noi gli si dava la farina e loro ci davano il pane,
il baratto,
una parola che io amo ed amerò per sempre.
Quel pane, era il “mio” pane,
anche se poi non era così e la farina andava nel monte con le altre,
ma al massimo era la farina del Pecchioli, o del Moradei, ma tarabaralla.
E qui è d’obbligo parlare del “valore” delle cose,
si il valore,
ma non quello monetario,
il valore romantico.
Il vino che facevamo non era gran che,
ma io a tavola bevevo, il Mio Vino,
il pane ve l’ho detto come stavan le cose, ma era il Mio Pane,
l’olio con cui condivamo e condisco, è il Mio Olio,
le verdure, le uova, la carne, e molti altri alimenti quotidiani,
erano Miei, il loro valore era dato dal dolore delle mie mani nello zappare,
dal taglio che mi ero fatto nel vendemmiare,
nelle risa di mia mamma e dai racconti del babbo quando si brucava l’olive.
Io son fatto di questi valori,
la mia carne è cresciuta nutrendosi così,
non so se gli alimenti erano migliori o peggiori di altri,
ma so con certezza che il loro contenuto ed il loro valore, inimitabili, adesso, sono io.

Babbo e Mamma
